Come la Gen Z sta riscrivendo le regole del mondo del lavoro

we need a change

Un lavoratore su tre appartenente alla Gen Z pianifica di cambiare lavoro nei prossimi sei mesi, un dato che racconta molto più di una semplice statistica sull’occupazione. Racconta una rivoluzione silenziosa ma determinata che sta ridefinendo il concetto stesso di carriera, successo professionale e rapporto con il lavoro.

Una generazione che non fa job-hopping, ma cerca crescita personale

Dimentichiamoci lo stereotipo del “giovane inaffidabile”. La permanenza media della Gen Z nei primi cinque anni di carriera è, significativamente inferiore rispetto a quello dei Millennial (1,8), alla Gen e ai Baby Boomer. Ma questo non significa mancanza di impegno.

I dati delle ultime ricerche sono chiari: questa generazione si muove spinta dall’ambizione e dalla mancanza percepita di percorsi di crescita all’interno dei ruoli che sta lasciando. Non è job-hopping (la tendenza a cambiare lavoro molto spesso) per noia o superficialità, ma ricerca di crescita personale per necessità e visione. Quando un’azienda non offre opportunità concrete di sviluppo, la Gen Z semplicemente va dove queste opportunità esistono.

La realizzazione (quasi) impossibile: soldi, significato e benessere

La Gen Z ha una lista di priorità che solo qualche anno fa sarebbe sembrata utopistica. Secondo la ricerca Deloitte 2025, questi giovani lavoratori cercano quello che viene definito un “trifecta” di fattori: denaro, significato e benessere.

Non si tratta di scegliere uno o l’altro, ma di trovarli tutti e tre contemporaneamente. Solo il 6% della Gen Z indica come obiettivo principale della carriera il raggiungimento di una posizione di leadership. La scalata ai vertici aziendali, quel mito del successo che ha guidato generazioni precedenti, semplicemente non interessa più nella stessa misura.

Quello che interessa davvero? Il 40% della Gen Z e il 34% dei Millennial dichiarano di sentirsi stressati o ansiosi tutto il tempo o la maggior parte del tempo. E una parte significativa di questo stress proviene dal lavoro stesso: orari lunghi, mancanza di riconoscimento, assenza di equilibrio vita-lavoro.

L’intelligenza artificiale: opportunità o minaccia?

Mentre le generazioni precedenti guardano all’AI con apprensione, la Gen Z l’abbraccia con pragmatismo. Il 79% della Gen Z afferma di poter apprendere nuove competenze rapidamente e il 58% è entusiasta del potenziale dell’AI nel luogo di lavoro.

Non è ingenuità tecnologica: è consapevolezza che il mondo del lavoro sta cambiando e che restare indietro non è un’opzione. Più della metà (51%) considera l’expertise in AI legata al proprio ruolo come essenziale nel 2025, rispetto al 38% dell’anno precedente.

Tuttavia, c’è un gap preoccupante: la fiducia della Gen Z nella propria capacità di avere successo nei propri ruoli è crollata dal 59% nel 2024 al 39% nel 2025, un calo drammatico di 20 punti in un solo anno. Serve formazione, serve supporto, serve investimento nello sviluppo delle competenze.

Flessibilità sì, ma non come pensate

C’è un dato che sorprende: solo il 23% dei dipendenti Gen Z capaci di lavorare da remoto preferisce il lavoro completamente remoto, rispetto al 35% di ogni generazione più anziana. Controintuitivo? Non proprio.

La Gen Z è entrata nel mondo del lavoro durante o dopo la pandemia, molti non hanno mai sperimentato veramente la vita d’ufficio. Il 71% dei Gen Z preferirebbe un modello di lavoro ibrido, che combini la flessibilità del remoto con l’interazione sociale e le opportunità di apprendimento dell’ufficio.

Non si tratta di rifiutare l’ufficio, ma di ridefinirlo. Il 56% dei lavoratori considera il controllo sui propri orari di lavoro più importante della flessibilità sulla location. È l’autonomia sul tempo che conta, non necessariamente il luogo da cui si lavora.

Salute mentale: non è un benefit, è un diritto

Per la Gen Z, parlare apertamente di terapia, ansia e benessere psicologico non è tabù. È normalità. Il 67% dei lavoratori Gen Z afferma che preferirebbe guadagnare meno in un lavoro che supporta la loro salute mentale e fisica piuttosto che portare a casa uno stipendio più alto da un luogo di lavoro ad alto stress.

Le aziende che trattano la salute mentale come un extra, come un “nice to have”, stanno già perdendo la battaglia per attrarre questi talenti. Programmi di assistenza ai dipendenti, giorni dedicati alla salute mentale, orari flessibili e accesso a risorse come terapia o app di meditazione non sono più optional.

Il paradosso della fiducia

La fiducia dei datori di lavoro nella capacità dei dipendenti di avere successo nei loro ruoli è scesa leggermente, dal 53% nel 2024 al 51% nel 2025, mentre l’autovalutazione dei dipendenti è calata più drasticamente. Per la Gen Z, questo crollo di fiducia è drammatico.

Quando i dipendenti si sentono impreparati o non supportati, è più probabile che siano disimpegnati e cerchino opportunità altrove. Il gap di fiducia si alimenta anche di uno scontro di priorità: mentre i dipendenti vedono le competenze AI come essenziali, spesso i datori di lavoro privilegiano tuttora altre skill.

Cosa devono fare le aziende (adesso)

La Gen Z non è una generazione da “gestire” o da “correggere”. È una generazione da ascoltare, perché sta indicando la direzione verso cui l’intero mondo del lavoro si sta muovendo. Ecco cosa serve:

Investire nello sviluppo continuo: non corsi sporadici, ma percorsi strutturati di crescita con focus su AI e competenze digitali.

Ridefinire il ruolo del manager: meno amministrazione, più mentorship. Dedicare tempo reale allo sviluppo delle persone.

Offrire vera flessibilità: non solo smart working, ma autonomia sugli orari e fiducia nei risultati piuttosto che nel tempo speso alla scrivania.

Dare un senso: collegare il lavoro quotidiano a una missione più grande, mostrare l’impatto reale di ciò che si fa.

Supportare concretamente il benessere: salute mentale, equilibrio vita-lavoro e cultura inclusiva non come slogan ma come pratica quotidiana.

Il futuro del lavoro è già qui

Per la prima volta nella storia, cinque generazioni stanno lavorando fianco a fianco, ognuna con esperienze tecnologiche e formative uniche. La Gen Z rappresenterà il 30% della forza lavoro globale entro il 2030, e già oggi sta guidando l’innovazione e ridefinendo le aspettative.

Le aziende che vedono questi cambiamenti come un problema hanno già perso. Quelle che li vedono come un’opportunità per costruire luoghi di lavoro migliori, più umani e più efficaci, vinceranno la competizione per i migliori talenti.

Perché la Gen Z non sta semplicemente entrando nel mondo del lavoro. Lo sta riscrivendo, una scelta alla volta, un cambio di lavoro alla volta, una richiesta di significato alla volta. E questa non è una fase temporanea: è un reset culturale che definirà il futuro professionale di tutti noi.

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